Pupi Avati : 80 anni di cui 50 sul set


Sabato 3 novembre il regista bolognese Pupi Avati compie 80 anni. Quel giorno in  televisione(Canale 22, IRIS) gli  si rende Omaggio con la proiezione di  5 suoi film, ma in quest’ultimo periodo vi sono stati dei veri festeggiamenti per ricordare anche i cinquant’anni sul set suoi e del fratello Antonio che lo ha affiancato in veste di produttore.  Quaranta film  ed una dozzina di opere televisive in cinquant’anni, a partire dal 1968  in cui Pupi esordisce con un’opera singolare, “Balsamus l’uomo di Satana”, dove il fratello Antonio figurava come attore, sua ambizione di allora. Si tratta di un film stravagante con protagonista un mago dei nostri giorni, un nano abbigliato in abiti settecenteschi che quando scopre i tradimenti della moglie si suicida.Un  film aperto al grottesco, quello di Marco Ferreri, ed al magico, quello di Federico Fellini. Cinquant’anni di cinema ricordati a Salsomaggiore nel festival, ideato e diretto da Gianluigi Negri, “Mangiacinema – Il festival del Cibo d’autore e del cinema goloso”. Al film d’esordio fece seguito “Thomas…gli indemoniati” che proseguiva le tematiche del film d’esordio nel raccontare le paure di un gruppo di attori di provincia che terrorizzati dalla vicina “prima” di uno spettacolo decidono di interrogare il  futuro sul proprio destino organizzando una seduta spiritica. Apparirà un  bambino che trascorrerà, a turno, una serata con ognuno di loro concretizzando i loro sogni più nascosti e le loro paure. Due film che furono un insuccesso ma che non scoraggiò Pupi Avati che proseguì nel suo sogno di fare cinema ,abbandonando l’idea iniziale di dedicarsi al jazz quando nel gruppo apparve un certo Lucio Dalla più bravo di lui ( l’avrei ammazzato ricorda sempre Pupi) girando “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone”, ambientandolo come “Thomas” nel territorio ferrarese, cui arrise  successo grazie alla presenza di Ugo Tognazzi e dove, in un piccolo ruolo appare proprio Lucio Dalla, segno che quello del regista con il cantante era un rapporto di odio – amore. Quando uscì nelle sale il film con Tognazzi , Tullio Kezich ebbe a scrivere che esso segnava l’ingresso  di un talento fuori dalle regole del cinema. E sempre “fuori dalle regole” è stato Pupi Avati raggiungendo risultati che da tempo lo fanno considerare un grande protagonista del cinema italiano. Immergendo nel suo cinema l’horror come nel suo film cult “La casa dalle finestre che ridono”(1976), film ambientato a Comacchio e nel Delta del Po che costituiscono  l’ambientazione del suo ultimo film, ora in fase di montaggio con previsione di uscita nelle sale nei primi mesi del 2019, “Il Signor Diavolo”. Un ritorno  al “cinema de paura”, afferma  il regista che nella sua filmografia annovera anche “Zeder”(1983), girato nella colonia di Milano Marittima che doveva figurare come Necropoli di Spina, incentrato sulla scoperta da parte di uno scienziato del terreno K  che consente la resurrezione dei morti. Ma anche “Tutti defunti tranne i morti”(1977) ambientato in un castello emiliano – romagnolo dove nel 1950 avvengono strani delitti, come da profezia di un vecchio manoscritto. Vecchie leggende che nutriscono il cinema di Pupi Avati . Permeato di un’atmosfera fantastica è “Le strelle nel fosso”(1978), che ci porta nel settecento raccontandoci di una storia che vede protagonista una famiglia di soli uomini,  che grazie ad un rito antico possono sposare la stessa donna, capitata vicino al casolare isolato dove essi vivevano a causa dell’impantanamento della sua carrozza in una palude.  “Leggende” moderne , a partire, dal  film “Aiutami a sognare”(1980)  dove Pupi Avati esprime, soprattutto,  un cinema in cui il ricordo, l’amicizia, l’amore fanno  da perno ispiratore. Ma anche la storia come è testimoniato dai suoi film che rievocano il Medioevo. “80 anni di amore e horror”, come uno dei titoli  degli articoli pubblicati in questi giorni. 80 anni, di cui 50  passati sul set di oltre 50 opere.

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