IRANFEST


Recensioni dei film della rassegna (10-12 ottobre 2018)

Run Rostam Run  
Run Rostam Run è un adattamento satirico di un antico poema epico persiano (Rostame Sohrab). 
Il corto si apre sullo scontro fra due guerrieri che in realtà sono padre e figlio, seppure non si riconoscano inizialmente. Attraverso un sotterfugio Rostam riesce a vincere e solo nel momento in cui spoglia il nemico dell’armatura riconosce suo figlio. A questo punto, triste, cerca di rimediare invocando un uccello magico che lo rimprovera e ammonisce avvisandolo che lui stesso è l’unico in grado di rimediare all’errore commesso andando a cercare un antidoto nel futuro, a Teheran.  
Qui inizia l’odissea di Rostam nella Teheran del futuro e con essa una scalata di azioni prima morali e poi immorali per raggiungere il suo scopo. Ma è sbagliato agire al di fuori della legge e il corto si chiude quindi con la punizione di Rostam per le sue azioni, che nel momento in cui ottiene finalmente l’agoniato antidoto, viene raggiunto e catturato dalla polizia prima che il magico uccello lo riesca a riportare nel passato.  
Di Maristella Galiasso

Exist
Sofferenza e fatica. Questi i temi al centro del cortometraggio "Exist", scritto e diretto da Payam Shadniya. Sullo sfondo, un Iran produttivo, tutto raffinerie e petroliere. Al centro della scena, una donna, interpretata dall'attrice iraniana Leila Daman, vive la sua giornata. Il pesce pescato (con metodi decisamente poco ortodossi) come unica fonte di sostentamento per accudire un figlio malato. Il silenzio ad accompagnare lo spettatore nel mondo di chi, giorno dopo giorno, non si lascia sopraffare dalle difficoltà della vita.
Di Andrea Lucietti

Into the Rainbow
Fuggire dal proprio Paese non è mai facile. Quando si decide di farlo si affrontano tanti problemi, non ultimo quello degli affetti che si lasciano alle spalle. Le difficoltà di un viaggio verso un nuovo mondo, che si spera di libertà, riserva insidie che, purtroppo, sono nella nostra cronaca degli ultimi anni. Ma ci sono delle forze invisibili che spingono le persone a sopportare anche le vessazioni più atroci pur di raggiungere lo scopo. L'amore è sicuramente una di queste forze. E l'amore è anche quello che spinge le protagoniste del cortometraggio "Into the Rainbow" a lasciare il proprio Paese. Un amore proibito, inconfessabile. Il regista Hasan Najmabadi ci conduce attraverso i tortuosi sentieri di una storia d'amore tra due ragazze che non possono amarsi liberamente. Il film, già selezionato al Roze Filmdagen di Amsterdam e vincitore del premio come miglior cortometraggio all'"Euro Kino" Film Festival, affronta il tema dell'omosessualità senza dare alcun tipo di giudizio. Anzi, sottolinea come le vite delle due giovani donne sia attraversata da drammi molto comuni. Nonostante questo, però, sullo sfondo resta, onnipresente, il marchio dell'errore, del sentirsi fuori posto. E non c'è peripezia che valga il sentirsi liberi, forse per la prima volta, di potersi amare. Si sente la paura ma si percepisce sempre la speranza. E la speranza, si sa, è un motore potentissimo, capace di vincere ogni cosa.
Di Andrea Lucietti



The Blue Class 
Ci sono due ragioni che rendono The Blue Class un corto che piace: le protagoniste sono delle bambine ed è tratto da una storia vera.  
L’innocenza attraverso cui si fa esperienza del mondo è qualcosa che ci fa sempre sentire leggermente più coinvolti in un film o in questo caso in un cortometraggio, perché con nostalgia ripensiamo a quando noi guardavamo il mondo con quegli stessi occhi.   
Ben presto però ci rendiamo conto che la vita di queste bambine non è pastello come i toni del loro abbigliamento, calda come la fotografia del corto che abitano; vediamo che indossano delle maschere per coprire il volto, che parlano di quando torneranno ad essere belle e vediamo dove stanno andando, a trovare una compagna di classe in ospedale. Infine attraverso l’incubo di quest’ultima bambina capiamo che è avvenuto un evento tragico nella Blue Class, quello che ha segnato le loro vite e quella di altre 26 bambine. 
Di Maristella Galiasso

Genesis
Il richiamo alle Sacre Scritture e al Corano dell’incipit stabilisce sin dal principio il trait d’union che lega questo stupendo cortometraggio al Libro della Genesi e ad una riflessione di stampo esistenziale sull’uomo e sul suo destino. Una radura deserta e’ collegata ad uno spiazzo verdeggiante in cui sorge un grandissimo albero dalle foglie blu da una sottilissima lingua di terra. Nella radura vi e’ un container, aperto sullo spiazzo verde antistante, con un uomo dalla testa-televisione.
Stanno così, nettamente separate, la vita e l’uomo moderno, la storia e la modernità. L’uomo non e’ più in grado di vedere, passano alternate davanti ai suoi occhi immagini di rivoluzioni, terribili stragi e talent show, senza causare in lui nessuna reazione. Quando qualcosa si rompe, però, l’uomo tenta di riallacciare il legame con l’albero della vita, la pianta da cui nascono le teste di cui questo moderno signore avrebbe bisogno. La conclusione e’ pessimistica, non rimane che rintanarci di nuovo nei nostri tetri e squallidi nascondigli dai quali tutto ci sembra lontano e ovattato. Sembra quindi impraticabile la via per una nuova Genesis, o forse c’e solo bisogno di aspettare ancora.
All’insegna del simbolismo, questo corto riesce a disturbare lo spettatore con immagini inconsuete e talvolta inquietanti, creando un atmosfera rarefatta che induce chi guarda in uno stato di perenne tensione. Prestandosi a molteplici interpretazioni, senza neanche una parola riesce a dire molto. Il messaggio non e’ per nulla scontato, e’ ben cifrato e, probabilmente, non e’ nemmeno uno solo. Rimane un notevole interesse per questo corto decisamente atipico realizzato con una nuova tecnologia che apre nuove possibilità narrative.
Di Marco Giovannetti

Manicure 
Questa è una storia che ci si rivela progressivamente. Il corto si apre su un corteo funebre e comprendiamo fin dai primi dialoghi che il resto della storia girerà attorno a questo evento in sé già tragico. 
Il protagonista, nelle sue scuse, nelle sue espressioni turbate e nei suoi scambi di sguardi con un’unica ipotetica complice, ci fa capire che il suo destino non solo è triste, ma è anche certo e sicuramente non prevede nulla di buono. Tutto gira attorno al quesito: Perché non vuole che si esegua il tradizionale rituale funebre su sua moglie?   
Il pianto del protagonista sulla via del ritorno dal suo viaggio per prendere l’acetone, ci conferma tutte le sensazioni di disagio precedenti e al suo arrivo giunge la verità sul suo segreto e con essa arriva l’aggressione da parte della piccola comunità, spinta da discriminazione e paura. Non c’è più fuga, non c’è più rete di sicurezza. In una società oppressa e retrograda, il protagonista e il corpo senza vita della compagna dal sesso non identificato non hanno scampo. 
Di Maristella Galiasso

Red Season
Red Season, cortometraggio iraniano di Hasan Najmbadi, racconta la storia di Zahra e Fatemeh, due sorelle che decidono di andare a Teheran per inseguire il loro sogno di diventare attrici. La loro grande e assoluta volontà di emanciparsi però prenderà il sopravvento e le porterà allo scontro e all’allontanamento.
Il corto è ambientato a Teheran, città in cui convivono una società sempre più aperta e una cultura talvolta ancora chiusa e tradizionalista, dicotomia che accompagna anche le vite delle protagoniste, divise tra i sogni e le velleità personali e una famiglia opprimente. Attraverso un utilizzo esperto delle immagini e una fotografia piacevole, l’evoluzione e la crescita delle ragazze alla scoperta della libertà e di se stesse viene raccontato passo dopo passo, tra preoccupazioni e incertezze, ma anche scoperte e successi.
Di Cristina Gennari

Tulsa
Questo western made in Iran e’ un omaggio al cinema e alla storia americana che riesce ad universalizzare un evento realmente geograficamente e storicamente lontano (rispetto all’Iran, s’intende) rendendolo il punto di partenza per una riflessione sulla discriminazione e sull’odio del diverso. il regista sceglie di utilizzare l’innocenza e la semplicità dei bambini per far da contrasto alla cieca e ottusa violenza degli adulti.
Una temporalità frammentata che costringe al flashback e flashforwrd più volte e’ utilizzata con sapienza come strumento di costruzione della tensione, un’ inconsueta regia dinamica e passionale, attenta nel costruire inquadrature mai banali (siamo ben contenti di vedere valide varianti al classico stile semi-documentario tipico di tanto cinema mediorientale) ci porta nel dramma di un bambino nero che cerca invano di togliersi di dosso la croce che lo condannerà a vita: il colore della pelle. Ecco che troviamo sin da subito l’ingenuità speranzosa opposta all’odio insensato. E ancora, il mondo del gioco infantile che si fa atroce realtà. Tutto ciò che vediamo rimanda a qualcos’altro, ogni scena e’ pensata per spingere lo spettatore a ragionare, a prendere atto di quanto folle possa essere la violenza (specialmente quella razzista) grazie al confronto con la semplicità e la naturalezza del comportamento di un bambino.
Alla resa dei conti la domanda e’ d’obbligo: c’e’ speranza per il futuro? Il bambino bianco, in fin dei conti, non fa nulla per fermare il bambino di colore, il quale, tuttavia, avviandosi nel deserto su di un cavallo bianco, sicuramente non avrà vita facile nel nascondersi ai predatori.
Si poterebbe parlare del corto per ore ed e’ strabiliante che nella sceneggiatura non ci sia nemmeno una parola.
Di Marco Giovannetti




Are you Volleyball? Il mondo di oggi è un luogo dove guerre e sofferenza continuano a proliferare. Grandi masse di persone sono costrette a lasciare le proprie abitazioni per cercare la salvezza altrove. Spesso, però, la nuova vita dei rifugiati è un limbo fatto di altro dolore e altre difficoltà. Sempre di più, poi, a vivere queste esperienze durissime sono i più deboli. Bambini a volte costretti a cavarsela da soli, senza più una madre o un padre a sorreggerli. Il pluripremiato "Are You Volleyball ?!" di Mohammad Bakhsi è uno stradordinario lavoro che descrive la durissima realtà della vita dei rifugiati. In un campo, infatti, uomini, donne e bambini di lingua araba si ammassano lungo il confine di filo spinato che li separa dai loro guardiani, di lingua inglese. La storia si svolge in un luogo non ben identificato perché, purtroppo, in troppi potrebbe essere ambientata. La tensione è molto alta e il rapporto con le guardie è difficile. Ma in questo contesto difficile arrivano i bambini a smuovere la situazione. Nonostante anch'essi sottoposti a livelli di sofferenza impressionanti, la voglia di normalità, di giocare, di vivere sono più forti. E un evento casuale riporta il sorriso all'interno dell'intera comunità. Ancora una volta una palla rappresenta un mezzo di socializzazione capace di travalicare ogni barriera, fosse anche fatta di filo spinato. Ne viene fuori una surreale partita di pallavolo che, pur non scalfendo la dura brutalità della situazione, avvicina esseri umani destinati a vite molto diverse. Resiste ancora dell'umanità dietro alla cortina di odio e paura che la guerra erige. Le immagini riescono a rendere alla perfezione il messaggio e fanno di questo cortometraggio una testimonianza importante di quanto nella semplicità e nell'innocenza di uno sguardo o di un gesto valga ancora la pena di trovare qualcosa per cui vivere.
Di Andrea Lucietti

Childhood Dream
Esplorare l’infanzia in Iran, mostrandone le complessità e le difficoltà, è quello che prova a fare Childhood Dream, cortometraggio iraniano di Hasan Najmbadi.
Ambientato in un villaggio in Iran, tra la polvere e il fuoco, il corto mostra vite vere e semplici che si nutrono di piccole battaglie e conquiste, mettendo in luce la terra nel suo essere scarna e umile, e lo fa attraverso gli occhi puri e genuini dei bambini. Bambini che però si trovano a crescere velocemente, messi alla prova dai problemi e dalle condizioni di una realtà povera e difficile che li porta ad impegnarsi in un’attività quotidiana: bruciare qualsiasi filo elettrico riescano a rimediare per vendere il rame e guadagnare qualche soldo. Nonostante ciò, c’è sempre spazio, come svela il titolo, per i sogni dei bambini che tentano in un tutti i modi di trovare una realizzazione anche in una quotidianità complessa. Si tratta di sogni, come guadagnarsi un film da noleggiare, che guardano lontano, magari verso un mondo distante e diverso su cui fantasticare. Il regista ha il merito di utilizzare sapientemente le immagini e la fotografia, adeguando lo stile semplice ed essenziale alle vite dei protagonisti.
Di Marco Giovannetti


Presence
La sensazione che si ha guardando Presence e’ quella che si potrebbe provare guardando un thriller avvincente o un film pieno di suspence. La differenza sostanziale, pero’, sta nello scioglimento: un film impiega (mediamente) un quasi due ore per arrivare ad una conclusione, in Presence si cerca di usare solo una manciata di minuti, mancando clamorosamente l’obiettivo. I 14 minuti di Presence, sembrano i primi minuti di un film, sembra davvero di assistere ad uno spettacolo cinematografico, quanto meno per intensità e durata delle (tre) sequenze e per la regia molto vicina e partecipe della vicenda. Il problema sorge alla fine, quando inevitabilmente si e’ costretti a chiedersi “E quindi ?”. E con problema non s’intende di certo l’aver scelto un finale aperto, semmai il non aver scelto nessun tipo di finale.
Un uomo torna a casa in macchina con la moglie dopo esser stato ad una festa a casa di amici. Sotto una pioggia torrenziale i due si accorgono che la luce della loro abitazione e’ accesa e che la serratura e’ stata cambiata. Grazie all’intervento della polizia riescono a far aprire la porta, trovandosi davanti un’anziana signora che dichiara di non conoscere i due sedicenti inquilini. Dopo il vano tentativo di far testimoniare qualche vicino di casa in loro favore, la coppia convince la polizia a farsi accompagnare a casa degli amici da cui erano stati per farsi identificare. Anche qui, stesso copione, con il padrone di casa che non riconosce nessuno. I due vengono portati quindi in caserma, momento in cui l’enigmatico corto si arresta.
 Presence parla della perdita dell’io (?), di un caso stranissimo (?), di una coppia smemorata (?) oppure di una modernità in cui gli abusi e i soprusi vengono consumati senza possibilità di appello (?): insomma, di che parla Presence ? Se il tentativo era quello di creare un atmosfera, un mood, allora l’opera del regista e’ parzialmente riuscita: piace la pioggia torrenziale che rende tutto più concitato, la costruzione della tensione e anche l’interpretazione degli attori, ma poi ?
Di Marco Giovannetti

Samar
Spesso ci dimentichiamo di quanta forza possa esserci nei bambini. Giustamente li riteniamo i più indifesi, da proteggere in maniera particolare. Ma non ci accorgiamo che, il più delle volte, sono loro che danno la forza a chi gli sta intorno di andare avanti con le proprie vite. Il cortometraggio "Samar", scritto e diretto da Kaveh Jahed, affronta proprio questo tema. Un padre e una figlia sono distrutti da uno dei lutti più terribili che esistono: la perdita di una moglie, la scomparsa di una madre. La storia si svolge all'interno del loro appartamento dove il silenzio è rotto dai singhiozzi di un marito disperato. I parenti chiamano preoccupati per conoscere le condizioni dei due, soprattutto della povera orfana che, legittimamente, è la persona che tutti vorrebbero proteggere con maggior intensità. Invece è lei quella più forte. In un momento di tristezza infinita, di dolore soffocante, manda avanti la casa, lava i piatti, cucina la cena e continua ad andare a scuola. E in un contesto tanto difficile, mentre il padre si perde nel suo dolore, da solo, nel letto vuoto, lei decide che è ora di diventare grandi. Come se da quel momento iniziasse un nuovo capitolo delle loro vite è lei, la più indifesa, la più piccola, a tirare fuori il padre dal torpore. La piccola Samar dimostra di essere la più forte e attraverso un rituale di rinascita comunica che è tempo di andare avanti, non di rassegnarsi alla sofferenza. Il cinema iraniano spesso usa la figura dei bambini per la propria denuncia sociale. In questo caso il regista utilizza questa storia per dimostrare come l'apparente debolezza può racchiudere una forza tanto inaspettata quanto dirompente.
Di Andrea Lucietti




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